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sabato 7 aprile 2012

Before I forget

Uno dei modi di dire inglesi che preferisco è "shit happens": è il corrispettivo del nostro fare spallucce e dire "eh, capita". Mi piace perché è vero senza ombra di dubbio, non puoi controbattere. E' il modo migliore per chiudere una conversazione da ascensore, per esempio.
Comunque sia, come dicevo, shit happens: dopo mesi di intensa ricerca di lavoro, avevo trovato un lavoro interessante - la host in un ristorante latinoamericano: accogliere i clienti, controllare le prenotazioni, farli sedere al tavolo e sorridere.
Ora, io non sono una musona, anzi, ma neanche possiedo una personalità dirompente, entusiasta e scintillante.
Diciamo che la mia simpatia viaggia su sottili e asciutti binari dell'ironia e del sarcasmo, binari che normalmente non ti portano in Latinamerica. E, alla fine, mi han portato fuori: dopo la prima sera, sono stata spedita, senza tante cerimonie, per il mio essere non abbastanza sorridente.
Shit happens.
Certo, moderatamente infastidita la sono, al di là dell'ovvio problema economico e del fastidioso modo di venire a sapere che non ho più un lavoro alla fine di una giornata lunghissima, i colleghi mi piacevano tanto e l'ambiente era adorabile, ma non voglio farmi abbattere il morale da un incidente di percorso, infondo ci sono stati lati positivi: venerdì, ad esempio, ho potuto passare il pomeriggio al pub con gente simpatica. Ho anche chiacchierato a lungo e civilmente sia con papà Gigantor che con mamma Gigantor. E sono stati (rullo di tamburi) carini ed incoraggianti! Davvero, entrambi mi hanno assicurato che di certo troverò di meglio, che evidentemente c'è un lavoro migliore che mi aspetta: lui, dopo una sequela di insulti al manager, lei dopo un'attenta considerazione della situazione basata sulla sua esperienza in ristoranti di alto livello, esperienza provata da pantaloni da chef a quadretti. E, non di meno, non sarò costretta ad ascoltare altra dannata musica latinoamericana, seconda solo al rap per bruttezza.
 
One of my favourite common saying in English is "shit happens": it's the same as our Italian saying "eh, it happens" shrugging. I like it because it's true without any doubt, you can't answer back. It's the best way to close a lift chat, for example.
By the way, as I said, shit happens: after months of intense job research, I found an interesting job: host in a latin-american restaurant: welcoming customers, checking the bookings, seating them and smiling.
Now, I'm not a moper, not at all, but neither I've an exploding, enthusiastic and sparkling personality.
It should be said that my popularity travels on keen rails of irony and sarcasm, rails that normally don't take you to Latin America. And, in the end, they took me outside Latin America: after the first night, I've been unceremoniously fired because I wasn't smiley enough.
Shit happens.
Obviously, I'm a bit annoyed, beyond the economic problem and knowing I have no more a job at the end of a very long day, I loved my collegues and the environment was adorable, but I don't want to be dejected by a mishap, but looking in the bright side: on Friday, for example, I spent all my afternoon in a pub with funny people. I also had a couple of long and civilized chats with both Gigantor mum and dad (my horrible housemates), that have been (drum roll) nice and encouraging! Really, both ensured me I'll find a better job for sure, that there's evidently a good job waiting for me: him, after a long stream of abuse, her, after a careful consideration of the situation based on her experience in silver service in good restaurants, experience proved by chef checked trousers. And, not less that I won't be forced to listen other damned latin-american music, worst in value only to rap.

venerdì 20 maggio 2011

Kobra

Non sopporto i giochi di strategia.
Risiko, Monopoli e compagnia cantante mi urtano.
Trovo siano una fatica inutile, un impiego di talenti sprecato, una palese perdita di tempo ed energia.
Figuriamoci le strategie nelle relazioni donna-uomo! Non servono, per il più semplice dei motivi: le donne ragionano in un modo diverso. Non meglio, non peggio, solo differente.
Altrimenti ci capiremmo.

Prima di vivere con lei, vivevo in un appartamento brutto in una zona brutta di Parma con due coinquiline brutte che di questi giochetti erano grandi teorizzatrici.
Ricordo l’analisi logica di sms maschili per me perfettamente chiari nelle intenzioni per estrapolare un messaggio tra le righe ipoteticamente amoroso, certamente sessuale.
Ancora mi chiedo quale sia il sottinteso sessuale in “Grazie, vengo volentieri a cena domani sera”.
E' che io non li capisco, proprio non ci arrivo. Non riesco a comprendere cosa cambi nella percezione di chi sta dall'altra parte se una telefonata arriva prima o dopo, se l'invito è a pranzo o a cena, se la proposta è diretta o lasciata solo intendere.
Mi sento Forrest Gump alle volte, con me bisogna fare discorsi semplici.
Mi piaci/non mi piaci.
Niente "ora ti lascio ad intendere che mi piaci ma senza darti troppe illusioni per cui mi faccio desiderare anche se ogni tanto qualcosa ti concedo così tu..", niente "meglio se si fa sentire lui prima ma magari provo a fargli uno squillo tanto per vedere se risponde e se risponde riattacco ma con il numero nascosto così non mi richiama anche se vorrei sentirlo", niente "gli mando un sms facendo finta di sbagliare numero e vedo cosa mi risponde e come mi risponde se usa 'ciao' oppure 'hey tesoro' o se neanche saluta".
A che servono? Io voglio messaggi chiari, senza giri di parole, arrivare al punto, diretti.
Voglio che si parli in STAMPATELLO con me, che si parli come si parla ad un bambino di cinque anni [cit.].

Ora, io sono una grande saggia delle vite degli altri, come sempre dispenso ottimi consigli ma mica li so applicare quando si tratta di me e soprattutto quando si tratta di dover ricevere una certa telefonata.
Perché io non aspetto le telefonate, mi fa impazzire aspettare le telefonate, non voglio dipendere dalle telefonate.
Piuttosto telefono io.
Invece no, sconsigliato. Non t'azzardare a prendere in mano quel telefono, si farà sentire lui.
E se non si fa sentire?
Ma io devo restare qui a tritarmi il fegato, a soffriggermi il cervello, a grigliarmi lo stomaco perché forse si farà sentire?! Nooo, io non voglio, non voglio spendere il mio tempo nell'incertezza, nel dubbio, nell'anarchia delle informazioni. 
Io voglio sapere, voglio sapere subito se c'è trippa per gatti o se 'ste bestie devono morir di fame e di stenti. 
Non importa quanto duro sia, io voglio sapere. Subito.
Invece no, sembra un film con Nick Nolte - ancora 48 ore.


martedì 17 maggio 2011

Kings and Queens

Temo che il mio piccolo K. non avrà mai i voti alti in bontà, il cinismo mi abbraccia e mi pervade come il freddo di gennaio in Pianura Padana, come la nebbia pavese le mattine autunnali, ce l'ho addosso tanto da sentirlo come un'indissolubile parte di me, un gemello siamese che abita il retro del mio orecchio.
Se non altro, questo mi permette una visione distaccata, acida e ovviamente parziale delle vite altrui, sulle quali vengo interrogata come oracolo di pungente sarcasmo e liquido scetticismo.
Il fatto è che io inizio sempre con le migliori intenzioni ad ascoltare i report dettagliati sulle relazioni delle mie amiche, ma circa a metà mi si gira la testa al contrario, la faccia diventa verde e parlo con la eco di tre voci (mai visto l'Esorcista?), non è colpa mia, vengo posseduta da un forza che sovrasta la mia volontà e che inizia a mostrarmi un vortice di immagini: il Kraken, Poseidone, un tornado, il film "Twister", il combattimento della Sposa contro gli 88 folli.. E al centro del vortice (che sia marino o d'aria o di mazze ferrate) c'è sempre un lui immolato.
L'incompreso che si lagna del ruolo in cui l'ostinazione femminile a dare definizioni di parole e azioni lo relega.
Immagini spazzate via da un bel "mavaffanculovà".


Troppo spesso mi capita di sentire sfoghi sulla superficiale grettezza del maschio medio trincerato dietro alla sua inettitudine nell'agire, autoassoltosi dicendo che è un suo difetto e che se vuoi il pacchetto te lo pigli completo: almeno uno s'è accorto di non essere il dono del cielo al genere femminile?
Uno che abbia capito di non essere la più agognata delle benedizioni nella vita di una donna?
Voleva anche un mazzo di fiori - ma non quelli del pakistano, eh, che quelli non valgono - con un bigliettino "grazie grazie nostra piccola benedizione eterea"?


E' chiaro che non voglio generalizzare, ma ho trent'anni, la mia dose di fenomeni da baraccone me la son goduta, il très d'union sembra sempre essere la presunzione a sapere che quello che pensano è giusto e che il resto del mondo ha dei seri difetti di comprensione in caso di opinione contraria alla loro.
Eddài, nessuno di voi, bei tronchetti della felicità pelosina, pensa alla moderazione dei termini? All'umiltà della propria persona?
Mi è bastato l'aver conversato diffusamente con lei incappata nell'ultimo degli inopportuni per vincere un buono per farmi annodare le budella: fino a che punto è concesso lo spreco della parola "dignità" applicata ad un'autoanalisi maschile? Ma pensano mai, i maschi, questi meravigliosi bonbon alla crema, che la discrepanza tra cosa pensano di se stessi e la realtà è una fossa delle Marianne di mezze misure?

martedì 15 febbraio 2011

Surfin' Safari

Vi è mai capitato di fare un viaggio in treno leggermente ubriachi? Con la testa leggera lasciarsi cullare dalle leggere oscillazioni del vagone?
Ho preso una decisione, ubriaca e cullata da un treno che mi riportava nell'uggiosa cittadina borderline, mentre mi godevo il borbottio in sottofondo di un ubriaco che pensava che fossimo in metropolitana: quest'anno sarà l'anno delle concessioni.
Sono arrivata su quel treno pervasa di benessere per una concessione che mi sono fatta, quindi, perché non continuare sulla morbida china del consenso?
Il rischio più grande è di farsi prendere dall'entusiasmo del piacere effimero e farsi sfuggire di mano la situazione, lasciarla franare nel baratro dell'eccesso licenzioso e vizioso, o vederla implodere in un danno strutturale, certo.
Ma tra l'austera sobrietà e il collasso delirante le sfumature sono molteplici e le possibilità numerose, infondo sono un po' annoiata da questo mia abilità conservativa nei confronti del resto del mondo, di questo ostinato pudore decoroso, di questa asettica riservatezza.
Predico bene ma razzolo male, in sostanza.
Agli altri concedo il beneficio del divertimento, dell'amoralità ludica e io me ne privo senza strappi alla regola, ancora lì ad ascoltare il mio autogiudice interno, la vocina nella mia testa che non mi dirà di prendere a randellate il dirimpettaio, certo, ma che scuoterà il testone legnoso ad ogni prospettiva sorridente seppur equivoca che mi si presenterà davanti.
Sarà il caso che la versione inacidita di Higgins che mi abita dentro si rifugi in piscina con una batida in mano e Sansone e Apollo al suo fianco perché io salterò sulla Ferrari, ingranerò la marcia e sparirò all'orizzonte.


mercoledì 12 gennaio 2011

Clint Eastwood

Il 2011 tutto sommato è iniziato abbastanza bene.
Stavo trotterellando per una sala gremita di gente, il 31 dicembre, quando è scattata l'ora X, davo una mano – senza fare danni! - in un ristorante da 60 coperti in bassa collina e stavo bene ad asciugare montagne e montagne di bicchieri.
Ho anche fatto, ad inizio anno, una cosa che non facevo da tempo e che rappresenta davvero un buon miglioramento rispetto al trend solito, vero Uic?!
Mi dicono che anche gli oroscopi sono favorevoli, quello di Rob è sempre un po' criptico (Rob, gioia, “assicurarti che i tuoi desideri tengano gli occhi ben aperti. “ non è esattamente un consiglio all'acqua di rose..), e se altre calamità non si frappongono tra me e il buonumore, potrebbe essere anche un buon anno.
Che, detta al 12 di gennaio, potrebbe apparire asserzione incauta, ma voglio essere ottimista e pensare che tutto volga al meglio.
Il mio Karma ne ha bisogno.
Non farò la lista dei buoni propositi, diciamo che ci sono un paio di cose che mi piacerebbe concretizzare, come dare un taglio agli esami all'Università, stabilizzarmi con il lavoro quel tanto che mi permetta di prendere impegni a medio termine, ascoltare generi musicali che non conosco e magari aggiornare il blog con regolarità.
Direi che non ci vuole un impegno disastroso. Solo un po' di marziale autodisciplina.


venerdì 3 dicembre 2010

Curre curre guagliò

Mi sento molto solidale con le manifestazioni degli studenti in questi giorni, secondo me hanno ragione, anche se il cinismo che mi sono guadagnata negli anni non mi permette di essere molto speranzosa verso esiti positivi di queste proteste.
Comunque sia, sono contenta di vedere che qualcosa si muove nelle loro piccole linde coscienze e che non fanno spallucce mentre aggiornano il loro status di facebook via cellulare “perké nn puoi kapire l'angoscia.

Martedì arrivo a Milano Rogoredo in metro per prendere il treno e tornare a casa: un omone mi sorride e mi sconsiglia di salire dal lato della biglietteria, meglio prendere l'altra scala perché c'è una manifestazione.

Salgo e ci saranno una cinquantina di ragazzi sui binari che protestano.

E almeno venti celerini in tenuta anti-sommossa.

I ragazzi stavano occupando pacificamente i primi binari, c'erano almeno altri quattro binari liberi e tutti i treni avevano guadagnato 25 minuti di ritardo mentre poliziotti e altri soggetti non qualificati gestivano la gente accatastata all'ingresso della stazione.

Chiudere tre delle quattro porte d'accesso alla biglietteria forse è stato eccessivo, tenuto conto delle persone che per il freddo erano dentro e che nella malaugurata ipotesi che si potesse scatenare il panico sarebbe stato davvero un macello.

Fortunatamente niente panico, l'unica reazione isterica è stata quella di una ragazza che si è presa la briga di sgridare un paio di studenti inneggiando alla sua dignità, al disagio che creano e alla possibilità di andare a protestare altrove.

Quello che potevo raccogliere attorno a me era gran pollaio sull'ora tarda che si stava facendo per tornare a casa, che impennava il mio cinismo ma che non ha certo aiutato i ragazzi nella loro protesta, tanto che se ne sono andati poco dopo sconsolati verso la metropolitana.

I treni, dal canto loro, hanno sviluppato ulteriori ritardi.. per solidarietà, suppongo.

venerdì 26 novembre 2010

White Rabbit

Partiamo da un presupposto frivolo: colorarsi i capelli.
Io ho smesso.
Ho smesso perché dopo l'arcobaleno che ho portato con orgoglio negli anni quello che mi è rimasto, a parte un ruvido nido di rondine in testa e un'innaturale schiavitù mensile al rito del colore, è la sensazione che da questo punto in poi diventeranno tutte impellenze estetiche obbligatorie, una volta entrate nel tunnel capellibianchirugheinestetismidellapellemacchie. Non ne ho voglia, m'impigrisco, il solo pensiero di doverlo fare mi fa stramazzare al suolo sommersa da milioni di idee migliori per impiegare tempo e soldi.
E poi, diciamocelo, non è che se li camuffo, se li copro o li nascondo, tutti questi orrori trico-dermatologici spariscono... Restano, accucciati sotto uno strato di colore semipermanente multisfaccettato al profumo di cane bagnato, addirittura peggiorano, s'incattiviscono ma non se ne vanno.
Tanto rincorrere la chimica estetica non servirà a ridarmi gli anni che sono passati, per questo ho deciso di non nascondermi più sotto il peso della cosmesi da banco e di liberarmi la vita da questo giogo infernale.
Il problema è che non tutti sono disposti a tradire la commessa della profumeria, a lasciare la farmacista senza neanche un post-it, a dimenticare l'intensa relazione con il commesso del reparto cosmesi, perciò iniziano con qualche battuta ("Hey, litigato con la parrucchiera?"), sorridendo un po' tesi, a toccare l'argomento, circospetti. Pian piano si avvicinano con toni pacati a farti notare l'inevitabile. All'ennesimo sguardo sereno mentre spieghi loro la tua decisione presa in un momento di piena lucidità, ti sgridano (!), ti dicono che stai male, che non è vero che non ti serve, che ti fa male smettere.

Come i tossici.

giovedì 3 giugno 2010

Upside Down



Preso molto per sommi capi, il Karma è un principio universale algebrico. Dato per assunto il principio di causa-effetto per il quale ogni azione provoca una reazione, il Karma è la somma algebrica delle buone azioni (+) e delle cattive azioni (-). Il risultato di questa somma se >0 è Karma positivo mentre se <0 è Karma negativo. Le ripercussioni di questo principio si sconteranno nelle prossime vite.

Io faccio il possibile per mantenere il mio K>0 nel quotidiano e nelle azioni semplici, non mi imbarco in cose grosse che necessitano un impegno costante che so di non avere e cerco di giocarmela al meglio, ma tante volte il mio piccolo K è proprio minacciato dalle tentazioni che mi si offrono su piattoni d'argento. Come quando casualmente mi imbatto in un discorso che in realtà non mi riguarda ma che coinvolge amiche stressate da mie ex-amiche che sono diventate "ex" perché altrimenti la loro incessante ed autoreferenziale presunzione avrebbe deperito il mio K fino ai minimi storici.

Normalmente, "Tizio ha detto cosa e Caio ha ribattuto casa e Tizio si è incazzato e Caio pure" è una dinamica che tengo alla larga come fosse una medusa a scatola mentre faccio il bagno nell'oceano, memore della mia tardoadolescenza in cui ero solita impicciarmi degli affari altrui cercando di fare anche da mediatore per poi ritrovarmi con segreti e mezze frasi che s'ammutinavano ed esplodevano in recriminazioni e giuramenti di "non ti sto più amico" eterni.
Tengo alla larga questo tipo di interconnessioni anche per evitare di esprimere opinioni.
Tutelo il mio K.
Perché va bene compiere buone azioni e va bene non essere meschini, ma a domanda diretta non posso non dire la verità, non posso tacere quello che penso in cambio di una placida accondiscendenza.
Quello rovinerebbe il mio K.
Fatto sta che grande nemico del mio K è Schadenfreude, termine tedesco che significa "piacere provato dalla sfortuna dell'altro". Io ci sono cascata un po' di volte, perché è un sentimento subdolo: ancora sei lì a contemplare le ceneri di un successo fallito del tuo dirimpettaio che ti accorgi che non è mera contemplazione ma ti pervade un senso di soddisfazione calda per questa gloria accidentata.
Ora, quello che mi porta a meditare sul mio K è il tracollo di un sodalizio nato a mio danno, aspetto visto completamente in soggettiva, chiaro, anche se l'averlo cementato proprio quando io non ero disponibile per porre delle eventuali obiezioni o anche solo per far presente il mio punto di vista mi ha dato da pensare negli anni.Il tracollo ha cause assolutamente fuori dalla mia portata: da che si è stabilito e io ne sono venuta a conoscenza a cose fatte, ho sempre opportunamente evitato conversazioni che presupponessero l'esternazione di qualsivoglia opinione in merito, perciò non sono mie le colpe tanto meno i meriti.
Fatto sta che il castello di carte è crollato. Io non posso dire niente del fatto che le fondamenta fossero scavate nel burro, i soggetti in questione già lo sapevano di mal sopportarsi in partenza, ma hanno voluto comunque raccontarsi una fratellanza inossidabile che si è squagliata a bagnomaria appena si è entrati dai cancelli del parco giochi dell'età adulta e delle scelte vere, quelle che vanno oltre il colore di una pashmina.
E' crollato, dicevo, e io mi aspettavo di ritrovarmi a crogiolare nel soffritto della mia soddisfazione a questo punto, di prenotare un tatuaggio nuovo, un "Avevo ragione io" a caratteri gotici sul fondoschiena, guardando i punti K precipitare nel baratro del Schadenfreude ma facendo spallucce alla mia futura esistenza di scarafaggio stercorario, invece no.
Niente.
Certo, il mio K esulta felice, non deve andare a fare i conti con le temperature gelide del sotto zero e non deve preoccuparsi della mia prossima vita a scarrozzarmi in giro la mia palletta di cacca per il deserto, ma pensavo di accoccolarmi nel morbido abbraccio di Schadenfreude invece che nella solita pacca sulla spalla del mio amico Cinismo.
Arida consapevolezza e un vago "C.V.D." (come volevasi dimostrare) che aleggia sulla mia testa, fine.