Visualizzazione post con etichetta io. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta io. Mostra tutti i post

mercoledì 25 gennaio 2012

You learn

Non ho ancora un punto di vista obiettivo quando si tratta dell'Italia, di tanto in tanto mi manca, ma infondo sono solo tre mesi che sono qui, neanche il mio beauty-case si è disfatto del ricordo del BelPaese e porta in giro creme e saponi italici.
Di casa mi mancano le cose laterali: la mia cucina, uscire per un caffè con un'amica, incazzarmi con il telegiornale - non ha la stessa forza incazzarsi con internet.
Quel che mi è parso di capire è che qui hanno un'idea un po' distorta degli Italiani: ancora ieri mi è stato chiesto se è vero che in Italia amiamo i bambini e per questo ne facciamo tanti.
Oppure se siamo molto religiosi, o se le donne cucinano tanto e bene.
Un baule di cliché duri a morire di lei, probabilmente ereditati dal boom economico degli anni sessanta e rimasto fotografato nell'immaginario di una generazione fa, perché quella attuale, i ragazzini, per capirci, adolescenti e post-adolescenti, non sanno molto. Anzi, a quanto m'è parso di capire non sanno niente.
Lo dico perché lavoro con un ventaglio di ventenni che appaiono sempre un po' dubbiosi quando la conversazione esce dal triangolo shopping - fast food - soap opera.
Sarà che, come si diceva al telefono questo pomeriggio con la mia amica Fra, sembrano tutti più giovani di noi da un po' di tempo a questa parte.

Comunque sia ho trovato un passatempo degno della mia asocialità: andare in biblioteca.
Ci passo le ore.
Sarà che ho un portatile e la wifi è illimitata, ma da quando ho fatto la tessera la mia vita è cambiata. Non devo passare tutto il mio tempo in quella stanzetta che ho affittato nella brughiera di Cambridge, circondata dal cattivo umore di papà Gigantor, posso ascoltare la musica (con le cuffie) e mi sento parte di questa cittadina universitaria.
Tutto sta a trovare un nuovo lavoro, così cambio casa abbandono i Gigantors alle loro lagne.

la vista dalla biblioteca

martedì 8 novembre 2011

Sogni risplendono

(ovvero l'aggiornamento che farei a mia madre se navigasse in rete)
Le giornate qui finiscono presto: inizi la giornata con una tazza di caffè, ti giri ed è sera in un attimo. Te lo fanno apposta.
Mi confonde un po' quest'arricciamento del tempo, "ci vediamo stasera" nella mia testa è verso le nove, ma qui si parla della birretta delle sei e mezza.
Sabato sera sono uscita, dopo il lavoro - perché ho già trovato un lavoro - ho fatto un sacco di cose e alla fine sono tornata alle dieci e mezza a casa - perché ho già anche una casa - mica tardi.
Ho un sacco di tempo per annoiarmi, eh.

Sono a Cambridge da due settimane ed è quasi come se avessi sempre vissuto qui.
Va bene, c'è della spocchia in quest'ultima affermazione, ma si sta davvero bene, e direi che ci posso anche restare, per ora.
Il lavoro che ho trovato non è male: la commessa in un negozio di cartoline d'auguri, quel genere di attività che credo funzioni solo qui, con tutti quei fiocchetti, e sbrilluccichi, e cagnolini, e gattini, e maialini.
Le colleghe sono gentili, il manager non rompe eccessivamente le scatole, e non c'è, obiettivamente, di che spezzarsi la schiena.
La casa, o meglio, la stanza che ho affittato è in una casa in condivisione: sette estranei che condividono lo stesso tetto e la stessa cucina, tre bagni e un giardinetto.
I miei sei coinquilini sono gente un po' strana.
Quasi non li ho mai visti.
L'unica cosa che hanno in comune buona parte di loro è che non cucinano. Mai.
Il microonde e la lavatrice sono gli unici elettrodomestici che funzionano a ciclo continuo.
Spero non li scambino mai.
Stasera uno di loro era meravigliato del mio fare il brodo nel pentolino, facendolo bollire invece che a microonde.
Il brodo?
Gioia, no, non vengo da Marte.

Per il resto.. mah, io sono serena.
Ma non serena da "iperyuppy sono in Inghilterra!", serena da "ok, faccio cose, vedo gente".
Manco avessi vissuto in un altro posto per trent'anni.

per farvi un po' invidia, diciamolo



giovedì 22 settembre 2011

Calda estate (dove sei)

Ovvero le otto cose da non fare (o che sarebbe meglio fare) in Irlanda arrivando dal Bel Paese;
Ovvero otto delle mie tappe irlandesi di quest'estate.

1- Fidarsi della guida, ma non ciecamente (vedi punto 6).
Se vi siete presi il disturbo di ignorare la vecchia guida usata da vostro zio "signorino" per la vacanza in moto nel 1967, quella, per capirci, che segnala gli stripclub sulle mappe con una stellina, e siete entrati in libreria per comprare una guida turistica, leggetela.
No, non basta guardare le figure e i siti web per i Bed&Breakfast: so che pensate di non averne bisogno, che cosa vorrà mai saperne uno scrittore di guide turistiche? Beh, più di voi di sicuro, perciò leggetela.
Così magari vi eviterete le ventiquattr'ore più insipide della vostra vita a Cork, la mia prima tappa, scelta perché "alternativa"..

2- In Irlanda niente è davvero "alternativo".
La vostra geniale idea di tappa fuori dai percorsi battuti dal turismo di massa sarà già stata quanto meno segnalata e illustrata su un dépliant, ma questo non la renderà meno interessante: prendete pure il pullman per Glengariff, Casteltownbere o qualche altro paesino dal nome buffo, non mancherà di sorprendervi.

3- La vita (sobria) finisce alle 17:00.
Alle 17:05 per strada ci saranno solo covoni di paglia (umida di pioggia) mossi dal vento e porte che si chiudono. Per scorgere altri esseri viventi, conviene fare un salto al pub o fare amicizia con le mucche.
Quelle delle rovine dell'Abbazia di Cashel sono discretamente socievoli.

4- Abbattete la timidezza e ubriacate pure di domanda i gentili impiegati dell'ufficio turistico.
Saranno sempre felicissimi di aiutarvi. Se non capite qualcosa, non si renderanno più comprensibili, ma si ripeteranno all'infinito. E vi aiuteranno a risolvere qualsiasi problema organizzativo.
Penso che porterò all'impiegata dell'ufficio del turismo di Kilkenny la mia dichiarazione dei redditi dell'anno prossimo.

5- Dublino sta all'Irlanda come vostra suocera a tutte le altre donne del pianeta.
Come la suocera non è una donna, ma una fiera a tre teste assetata di sangue, a Dublino non troverete simpatici buontemponi dalle guance rubizze ad accogliervi come nel resto del paese.
Certo, alle 17:05 la gente sarà ancora in giro e i negozi saranno aperti, ma il dublinese m'è parso un po' stufo del turista. Infondo voi siete in vacanza, lui no.

6- Non fatevi prendere dalla frenesia del "DEVO vedere TUTTO!"
Non si può. Punto.
O avete almeno tre mesi, l'american express in fogli di diamante e i piedi di un hobbit, oppure rassegnatevi, non potrete vedere ogni singola attrattiva di questo meraviglioso paese. Ce ne sono troppe! E, a dire il vero, non tutte valgono la fatica, come il Castello di Dunboy, vicino a Castletownbere, che non vale certo cinque chilometri sotto una moderata pioggerella all'andata e altri cinque sotto il fottuto tsunami al ritorno fatti a piedi, con una maglia di cotone addosso e basta (vedi punto 8), essendo costituito da quattro sassi e tanto prato.
Molto meglio la Bera Island, nella stessa baia, proprio davanti al Castello, ignorata però dalla (mia) guida (ecco perché non fidarsene ciecamente!).

7- Prendetevela bassa.

Non vale la pena farsi un tour de force assurdo per dire "ci sono stato" o per fare le foto più fighe. E guardate i posti che visitate, non aspettate di essere a casa davanti al pc per vederli sul vostro bel 21' ultrapiatto! Siete ora in Irlanda, non ci sarete più il primo settembre, ma sarete in ufficio a fingere di che il vostro capo non abbia un alito demoniaco!
Mettete giù quelle macchinette: si fan tante battute sui Giapponesi in vacanza, e gli unici pecoroni che ho incrociato alla Rocca di Cashel che non facevano altro che fotografare (anche i pannelli che coprivano le impalcature dei restauratori!) erano Italiani!

8- La valigia intelligente
.
Il mio consiglio è: visto che vale la pena spostarsi spesso, portate il meno possibile. Che non significa una mutanda ogni tre giorni, ma neanche tre outfit completi per ogni giornata di permanenza.
E non dimenticate a casa il k-way, o la giacca a vento, o anche solo la mantellina impermeabile, altrimenti - come la sottoscritta - avrete innumerevoli occasioni per pentirvene e infiniti anatemi da scagliare al cielo grigio, mentre magari state scarpinando per il sentiero che gira attorno ai laghi di Glendaloch, bagnati come pulcini, convinti che, abbandonati alla fatica e agli stenti, scivolerete in quel pantano freddo e ritroveranno le vostre spoglie a primavera di un anno indefinito, quando i vostri vestiti saranno passati di moda. 

la mia amica uacca di Cashel

mercoledì 10 agosto 2011

Cornflake girl

Un anno fa ero esattamente al punto in cui sono ora: in procinto di partire.
E vado nello stesso posto!

I sogni sono rimasti gli stessi.. ma non mi sento come cristallizzata. C'è stata un'evoluzione, una liberazione: più libri letti, alcune cose imparate, il gatto è cresciuto.

Ora sono ancora seduta sul divano, è la prima volta che parto tanto tardi da potermi godere il pranzo a casa e un paio di puntate di serial tv prima del volo.

La vera differenza, rispetto all'anno scorso, è che non so davvero se torno a questo giro.



sabato 6 agosto 2011

Diamonds on the inside

Mi piace Ben Harper, mi piace così tanto da decidere di andare a sentirlo suonare all'Arena Civica a Milano, qualche settimana fa.
Scrive canzoni meravigliose, poetiche e piene di energia, con testi impegnati, mai banali: lo odio.
Lo odio perché nella realtà un uomo così non esiste: impegnato, sensibile, con una voce pazzesca e un sorriso luminoso, il tutto montato su un corpo da leggero malore.
Non esiste uno che puoi trovare solamente in un letto bianco, baciato dall'alba che accarezza i capelli della sua donna e l'abbraccia e le sussurra quelle frasi dolci, piene di amore e di speranza.
Non esiste nel mondo reale, rassegnamoci, il mondo reale è pieno di stronzi.
Perché io non voglio pensare che Ben Harper al microfono, alla chitarra, all'ukulele suoni e canti come fa e poi possa macchinare piani diabolici e di sconfinata presunzione a danno di una donna, lui ama la sua donna, lui le dice che niente suona come sentire il suo nome (“Waiting for you”), lui la celebra, dannazione!
Non voglio pensare che le racconti fregnacce per portarsela a letto, voglio dire, lui è Ben Harper, gli basta alzare un sopracciglio, ma quel sopracciglio pieno di parole meravigliose, e di musica suadente e.
Perciò ho arbitrariamente deciso che no, Ben Harper queste cose non le fa, che Ben Harper è corretto, maturo, generoso e rispettoso della sua donna, che non ha niente a che fare con la realtà terrena, Ben Harper vive nel limbo degli uomini irreali.
Purtroppo, molto reali e molto cafoni, invece, erano i geni attorno al mio gruppo-vacanze Piemonte (io, il mio Pigbrother, la cognatuzza, l'amica della mia cognatuzza, e il mio bioamico S.) che hanno sprecato un'ennesima, ne sono certa, ottima occasione per fare bella figura tacendo, stando a  chiacchierare di minchiate per metà concerto, al paio di quelli che sul pezzo cantato senza musica e senza microfono da Ben “polmoni d'acciaio” Harper  hanno intonato canzoncine e coretti da asilo nido.
E poi ti chiedi perché le donne nella realtà sono disilluse.



martedì 17 maggio 2011

Kings and Queens

Temo che il mio piccolo K. non avrà mai i voti alti in bontà, il cinismo mi abbraccia e mi pervade come il freddo di gennaio in Pianura Padana, come la nebbia pavese le mattine autunnali, ce l'ho addosso tanto da sentirlo come un'indissolubile parte di me, un gemello siamese che abita il retro del mio orecchio.
Se non altro, questo mi permette una visione distaccata, acida e ovviamente parziale delle vite altrui, sulle quali vengo interrogata come oracolo di pungente sarcasmo e liquido scetticismo.
Il fatto è che io inizio sempre con le migliori intenzioni ad ascoltare i report dettagliati sulle relazioni delle mie amiche, ma circa a metà mi si gira la testa al contrario, la faccia diventa verde e parlo con la eco di tre voci (mai visto l'Esorcista?), non è colpa mia, vengo posseduta da un forza che sovrasta la mia volontà e che inizia a mostrarmi un vortice di immagini: il Kraken, Poseidone, un tornado, il film "Twister", il combattimento della Sposa contro gli 88 folli.. E al centro del vortice (che sia marino o d'aria o di mazze ferrate) c'è sempre un lui immolato.
L'incompreso che si lagna del ruolo in cui l'ostinazione femminile a dare definizioni di parole e azioni lo relega.
Immagini spazzate via da un bel "mavaffanculovà".


Troppo spesso mi capita di sentire sfoghi sulla superficiale grettezza del maschio medio trincerato dietro alla sua inettitudine nell'agire, autoassoltosi dicendo che è un suo difetto e che se vuoi il pacchetto te lo pigli completo: almeno uno s'è accorto di non essere il dono del cielo al genere femminile?
Uno che abbia capito di non essere la più agognata delle benedizioni nella vita di una donna?
Voleva anche un mazzo di fiori - ma non quelli del pakistano, eh, che quelli non valgono - con un bigliettino "grazie grazie nostra piccola benedizione eterea"?


E' chiaro che non voglio generalizzare, ma ho trent'anni, la mia dose di fenomeni da baraccone me la son goduta, il très d'union sembra sempre essere la presunzione a sapere che quello che pensano è giusto e che il resto del mondo ha dei seri difetti di comprensione in caso di opinione contraria alla loro.
Eddài, nessuno di voi, bei tronchetti della felicità pelosina, pensa alla moderazione dei termini? All'umiltà della propria persona?
Mi è bastato l'aver conversato diffusamente con lei incappata nell'ultimo degli inopportuni per vincere un buono per farmi annodare le budella: fino a che punto è concesso lo spreco della parola "dignità" applicata ad un'autoanalisi maschile? Ma pensano mai, i maschi, questi meravigliosi bonbon alla crema, che la discrepanza tra cosa pensano di se stessi e la realtà è una fossa delle Marianne di mezze misure?

martedì 15 febbraio 2011

Surfin' Safari

Vi è mai capitato di fare un viaggio in treno leggermente ubriachi? Con la testa leggera lasciarsi cullare dalle leggere oscillazioni del vagone?
Ho preso una decisione, ubriaca e cullata da un treno che mi riportava nell'uggiosa cittadina borderline, mentre mi godevo il borbottio in sottofondo di un ubriaco che pensava che fossimo in metropolitana: quest'anno sarà l'anno delle concessioni.
Sono arrivata su quel treno pervasa di benessere per una concessione che mi sono fatta, quindi, perché non continuare sulla morbida china del consenso?
Il rischio più grande è di farsi prendere dall'entusiasmo del piacere effimero e farsi sfuggire di mano la situazione, lasciarla franare nel baratro dell'eccesso licenzioso e vizioso, o vederla implodere in un danno strutturale, certo.
Ma tra l'austera sobrietà e il collasso delirante le sfumature sono molteplici e le possibilità numerose, infondo sono un po' annoiata da questo mia abilità conservativa nei confronti del resto del mondo, di questo ostinato pudore decoroso, di questa asettica riservatezza.
Predico bene ma razzolo male, in sostanza.
Agli altri concedo il beneficio del divertimento, dell'amoralità ludica e io me ne privo senza strappi alla regola, ancora lì ad ascoltare il mio autogiudice interno, la vocina nella mia testa che non mi dirà di prendere a randellate il dirimpettaio, certo, ma che scuoterà il testone legnoso ad ogni prospettiva sorridente seppur equivoca che mi si presenterà davanti.
Sarà il caso che la versione inacidita di Higgins che mi abita dentro si rifugi in piscina con una batida in mano e Sansone e Apollo al suo fianco perché io salterò sulla Ferrari, ingranerò la marcia e sparirò all'orizzonte.


giovedì 3 febbraio 2011

Puramente casuale

Febbraio è un mese critico per me, un mese difficile, complicato.
Me ne sono accorta la scorsa settimana, ho avuto un'epifania guardando il profilo dell' esselunga di V.: era appoggiato, piatto e liscio, contro un cielo nuvoloso e freddo, acceso con quell'ultima abat-jour che è il sole delle cinque e un quarto di gennaio.
La rivelazione che mi ha fatto l'esselunga è stata proprio quel cielo chiaro, quelle nuvole visibili e quella consapevolezza che le giornate s'allungano ogni giorno di più.
Bella scoperta.
Sì, certo, ma io sono inquieta, nervosa, friggo come una polpetta.
Friggo perché è come se la luce stiracchiandosi finalmente arrivasse a toccarmi, a spingermi, a prendermi a calci perché io faccia qualcosa, perché smetta di restare qui con le mani in mano a sgranare questi giorni umidicci mentre penso che potrei essere a.
A casa a studiare, a vedere un film, a fare il bucato.
A bere un caffé con un'amica, a vedere un museo, a fare l'amore.
A Suva in un parco, a Perth a guardare il Qeensland nelle notizie della sera, a Wellington a prendere un biglietto per un traghetto.
Ora, quella dell'esselunga di V. è una rivelazione farlocca, so anche io che vorrei tutte queste cose in ordine sparso, non mi serve il cielo color ratto sbiadito, ho le mie manie masochiste, come visitare il sito di Star Alliance dove mi preparo il preventivo online di un biglietto per il giro del mondo, o ricordare alla mia amica Fra che dobbiamo andare alle Hawaii.
Ma febbraio ogni anno mi ricorda che l'inverno finisce e che è tempo di moversi, di fare, e io non lo sopporto più.
Possiamo saltarlo e andare direttamente a metà marzo, così non devo neanche festeggiare il mio compleanno?


mercoledì 12 gennaio 2011

Clint Eastwood

Il 2011 tutto sommato è iniziato abbastanza bene.
Stavo trotterellando per una sala gremita di gente, il 31 dicembre, quando è scattata l'ora X, davo una mano – senza fare danni! - in un ristorante da 60 coperti in bassa collina e stavo bene ad asciugare montagne e montagne di bicchieri.
Ho anche fatto, ad inizio anno, una cosa che non facevo da tempo e che rappresenta davvero un buon miglioramento rispetto al trend solito, vero Uic?!
Mi dicono che anche gli oroscopi sono favorevoli, quello di Rob è sempre un po' criptico (Rob, gioia, “assicurarti che i tuoi desideri tengano gli occhi ben aperti. “ non è esattamente un consiglio all'acqua di rose..), e se altre calamità non si frappongono tra me e il buonumore, potrebbe essere anche un buon anno.
Che, detta al 12 di gennaio, potrebbe apparire asserzione incauta, ma voglio essere ottimista e pensare che tutto volga al meglio.
Il mio Karma ne ha bisogno.
Non farò la lista dei buoni propositi, diciamo che ci sono un paio di cose che mi piacerebbe concretizzare, come dare un taglio agli esami all'Università, stabilizzarmi con il lavoro quel tanto che mi permetta di prendere impegni a medio termine, ascoltare generi musicali che non conosco e magari aggiornare il blog con regolarità.
Direi che non ci vuole un impegno disastroso. Solo un po' di marziale autodisciplina.


venerdì 26 novembre 2010

White Rabbit

Partiamo da un presupposto frivolo: colorarsi i capelli.
Io ho smesso.
Ho smesso perché dopo l'arcobaleno che ho portato con orgoglio negli anni quello che mi è rimasto, a parte un ruvido nido di rondine in testa e un'innaturale schiavitù mensile al rito del colore, è la sensazione che da questo punto in poi diventeranno tutte impellenze estetiche obbligatorie, una volta entrate nel tunnel capellibianchirugheinestetismidellapellemacchie. Non ne ho voglia, m'impigrisco, il solo pensiero di doverlo fare mi fa stramazzare al suolo sommersa da milioni di idee migliori per impiegare tempo e soldi.
E poi, diciamocelo, non è che se li camuffo, se li copro o li nascondo, tutti questi orrori trico-dermatologici spariscono... Restano, accucciati sotto uno strato di colore semipermanente multisfaccettato al profumo di cane bagnato, addirittura peggiorano, s'incattiviscono ma non se ne vanno.
Tanto rincorrere la chimica estetica non servirà a ridarmi gli anni che sono passati, per questo ho deciso di non nascondermi più sotto il peso della cosmesi da banco e di liberarmi la vita da questo giogo infernale.
Il problema è che non tutti sono disposti a tradire la commessa della profumeria, a lasciare la farmacista senza neanche un post-it, a dimenticare l'intensa relazione con il commesso del reparto cosmesi, perciò iniziano con qualche battuta ("Hey, litigato con la parrucchiera?"), sorridendo un po' tesi, a toccare l'argomento, circospetti. Pian piano si avvicinano con toni pacati a farti notare l'inevitabile. All'ennesimo sguardo sereno mentre spieghi loro la tua decisione presa in un momento di piena lucidità, ti sgridano (!), ti dicono che stai male, che non è vero che non ti serve, che ti fa male smettere.

Come i tossici.

martedì 9 novembre 2010

Girls just wanna have fun


Abbiamo trovato casa in centro, e poco importa che le attuali occupanti dell'appartamento siano in guerra, non diamo grosso peso alle asserzioni vaneggianti della nostra futura coinquilina soprannominata Psicho, dopo, alle loro liti furibonde davanti alla macelleria.
La casa ci piace, non abbiamo idea di cosa ci aspetta con Psicho anche se, a metà circa della prima settimana, qualche sospetto doveva venirci.
Ci sono io, seduta sul divano, con Psicho.
Lei è in piedi, alla porta della sala da pranzo.
Io: “Allora, Psicho, abbiamo parlato con i padroni di casa” e tutti dovrebbero toccare ferro, a questo punto, data l'aura da iettatura pirandelliana della coppia centenaria “ci hanno lasciato il loro mazzo di chiavi.. Direi che ne dobbiamo fare una copia”
Psicho: “Ah.. ma perché?”
Io: “Perché manca il mazzo per V.”
Psicho: “Non capisco..”
Io: “Allora, un mazzo è il tuo, un mazzo ce l'ha lei, un mazzo ce l'hanno dato i padroni di casa.. c'è bisogno di una copia per V.”
Psicho: “Non ti seguo.”
Alzo gli occhi per vedere lei tenersi la pancia per le risate mute.
Ricomincio, tenendo il conto con le dita davanti agli occhioni blu sgranati di Psicho: “Allora, un mazzo è il tuo, uno ce l'ha lei, un mazzo, il mio, me l'hanno dato i D., manca il mazzo per V., che andrà fatto fare, dato che non ce ne sono altri..”
Psicho: “Non ho capito..”

No, niente da ridere.. m'è ricapitato stamattina, e non è stato affatto divertente.
Se non altro nessuno stava rotolando sul pavimento in preda alle convulsioni.

domenica 1 agosto 2010

Galway girl

Diciamo che restare al pc a guardare video su Youtube non è utile vista l'ostinazione della mia valigia a non riempirsi autonomamente dopo aver lavato e stirato i vestiti che mi serviranno in viaggio.
Diciamo che non mi sono oggettivamente guadagnata cinque settimane di ferie tutte in un fiato, suddivise improvvisamente in una settimana con il babbo, una settimana con la mamma e tre settimane anglofone.
Diciamo che dopo aver cogitato attentamente e aver vagliato differenti possibilità, ho scelto quella che mi è più congeniale e con le migliori probabilità di successo.
Diciamo che parto e sono piuttosto eccitata all'idea di spendere dieci giorni in giro per un paese che non ho mai visto, di cui so per certo che mi innamorerò talmente tanto che vorrò tornarci presto.
Diciamo che spero di essere in buona compagnia la prossima volta.
Diciamo che non sapere bene cosa mi aspetta un po' mi mette ansia e un po' è esattamente quello che vado cercando.
Diciamo che ho solo deciso dove dormire il primo giorno e sarà uno dei due posti per cui ho deciso di partire.
Diciamo che i fattori di influenza sono stati il cinema di media qualità e gli eventi storici.

Tutto sta a far stare dieci giorni di vestiti, libri, guida, scarpe e piastra tutti in un bagaglio a mano.

sabato 3 luglio 2010

Liebe Ist Für Alle Da

Siamo rimasti pigiati come mosto per una ventina di minuti.
Tutti sudati, sporchi, puzzolenti uno adeso all'altro per venti interminabili minuti.
E' che non ci facevano uscire, non so perché.
Quando mi è passato di fianco un orco con un gilet di jeans e la scritta "Hell's Angel" sulla schiena ho proprio pensato che fossimo alla frutta.
La tipa vicina a me blaterava incredula che neanche per Marilyn Manson ha avuto problemi, neanche al Gods del duemilavattelapesca era capitato niente del genere.
Poi hanno aperto le porte.
Meno male, non la sopportavo più.
Fuori.

E' partita e neanche l'ho riconosciuta.
Come un'idiota cantavo senza capire cosa.
Poi ho capito e mi si è riempito il cuore, e non avevano più tanta importanza il caldo, la terra nelle scarpe, la fatica, il sudore.

Come al solito avevo davanti due sedani irremovibili e adolescenti, data la scarsità di barba e i lineamenti ancora troppo dolci per avere più di diciott'anni.
E' che quelli alti ai concerti non pensano che dietro c'è sicuramente qualcuno più basso.
Tanto meno se sono due alti sedani che non si muovono di un millimentro.
Per te un ballo indiavolato corrisponde ad un impercettibile cenno del capo a ritmo di musica? Perché non stai dietro allora?
E dannazione, ho scavalcato i sedani per vedere il concerto in technicolor dagli schermi da due pollici di tutte le fotocamere e da tutti i cellulari che fotografano e filmano e non si lasciano sfuggire neanche un secondo del concerto tanto che inizio a pensare di essere l'unica che lo guarda dal vivo.

Ooooh, anche i fuochi d'artificio! E le fiamme!

Uh, chissà chi sono questi? Sui biglietti c'è sempre scritto il nome del gruppo principale, mica quello di chi apre il concerto. Magari se la menano un po' troppo, tutto sommato sono un gruppetto qualsiasi, chi li conosce? Beh, cielo, qualcuno che canta c'è qui attorno, anche qualcuno che partecipa. Sarà che sono io poco aggiornata. Magari la rete mi avrebbe dato una risposta, a fare la domanda giusta, non mi sono preoccupata di chiedere.

Aaaah, finalmente un panino con la salamella e una birra prima di inziare!
Hmm, quanta gente però. Ehi, quella la conosco!
L'unica data italiana per quest'anno e per gli scorsi cinque anni, c'è tanta gente, anche dall'estero, e mi sento molto a mio agio, sto proprio bene.
Che buffa la signora di prima al bar che si guardava intorno con gli occhi sgranati. Questa cittadina beige non dev'essere abituata a veder arrivare tanti marziani, tutti insieme, che la invadono e la tengono sveglia, con quella musica che non è musica ma è rumore, con quegli occhi truccati e quei capelli colorati. Sicuramente sono perdigiorno drogati.

L'abbiamo saputo all'inizio dell'anno.
A fine 2009 sono uscite le date del tour e non c'era l'Italia. C'era tutta l'Europa ma l'Italia no. Probabilmente era difficile trovare un accordo. Probabilmente era difficile smuovere certi impinguinati dalle loro ottuse considerazioni su cose che non sono per forza musica melodica.
Poi hanno comunicato una data e vai a comprare i biglietti e sbrigati che poi finiscono.
Poi sono finiti.

giovedì 3 giugno 2010

Upside Down



Preso molto per sommi capi, il Karma è un principio universale algebrico. Dato per assunto il principio di causa-effetto per il quale ogni azione provoca una reazione, il Karma è la somma algebrica delle buone azioni (+) e delle cattive azioni (-). Il risultato di questa somma se >0 è Karma positivo mentre se <0 è Karma negativo. Le ripercussioni di questo principio si sconteranno nelle prossime vite.

Io faccio il possibile per mantenere il mio K>0 nel quotidiano e nelle azioni semplici, non mi imbarco in cose grosse che necessitano un impegno costante che so di non avere e cerco di giocarmela al meglio, ma tante volte il mio piccolo K è proprio minacciato dalle tentazioni che mi si offrono su piattoni d'argento. Come quando casualmente mi imbatto in un discorso che in realtà non mi riguarda ma che coinvolge amiche stressate da mie ex-amiche che sono diventate "ex" perché altrimenti la loro incessante ed autoreferenziale presunzione avrebbe deperito il mio K fino ai minimi storici.

Normalmente, "Tizio ha detto cosa e Caio ha ribattuto casa e Tizio si è incazzato e Caio pure" è una dinamica che tengo alla larga come fosse una medusa a scatola mentre faccio il bagno nell'oceano, memore della mia tardoadolescenza in cui ero solita impicciarmi degli affari altrui cercando di fare anche da mediatore per poi ritrovarmi con segreti e mezze frasi che s'ammutinavano ed esplodevano in recriminazioni e giuramenti di "non ti sto più amico" eterni.
Tengo alla larga questo tipo di interconnessioni anche per evitare di esprimere opinioni.
Tutelo il mio K.
Perché va bene compiere buone azioni e va bene non essere meschini, ma a domanda diretta non posso non dire la verità, non posso tacere quello che penso in cambio di una placida accondiscendenza.
Quello rovinerebbe il mio K.
Fatto sta che grande nemico del mio K è Schadenfreude, termine tedesco che significa "piacere provato dalla sfortuna dell'altro". Io ci sono cascata un po' di volte, perché è un sentimento subdolo: ancora sei lì a contemplare le ceneri di un successo fallito del tuo dirimpettaio che ti accorgi che non è mera contemplazione ma ti pervade un senso di soddisfazione calda per questa gloria accidentata.
Ora, quello che mi porta a meditare sul mio K è il tracollo di un sodalizio nato a mio danno, aspetto visto completamente in soggettiva, chiaro, anche se l'averlo cementato proprio quando io non ero disponibile per porre delle eventuali obiezioni o anche solo per far presente il mio punto di vista mi ha dato da pensare negli anni.Il tracollo ha cause assolutamente fuori dalla mia portata: da che si è stabilito e io ne sono venuta a conoscenza a cose fatte, ho sempre opportunamente evitato conversazioni che presupponessero l'esternazione di qualsivoglia opinione in merito, perciò non sono mie le colpe tanto meno i meriti.
Fatto sta che il castello di carte è crollato. Io non posso dire niente del fatto che le fondamenta fossero scavate nel burro, i soggetti in questione già lo sapevano di mal sopportarsi in partenza, ma hanno voluto comunque raccontarsi una fratellanza inossidabile che si è squagliata a bagnomaria appena si è entrati dai cancelli del parco giochi dell'età adulta e delle scelte vere, quelle che vanno oltre il colore di una pashmina.
E' crollato, dicevo, e io mi aspettavo di ritrovarmi a crogiolare nel soffritto della mia soddisfazione a questo punto, di prenotare un tatuaggio nuovo, un "Avevo ragione io" a caratteri gotici sul fondoschiena, guardando i punti K precipitare nel baratro del Schadenfreude ma facendo spallucce alla mia futura esistenza di scarafaggio stercorario, invece no.
Niente.
Certo, il mio K esulta felice, non deve andare a fare i conti con le temperature gelide del sotto zero e non deve preoccuparsi della mia prossima vita a scarrozzarmi in giro la mia palletta di cacca per il deserto, ma pensavo di accoccolarmi nel morbido abbraccio di Schadenfreude invece che nella solita pacca sulla spalla del mio amico Cinismo.
Arida consapevolezza e un vago "C.V.D." (come volevasi dimostrare) che aleggia sulla mia testa, fine.

lunedì 17 maggio 2010

New Shoes

Ieri mi sono comprata un paio di All Star. Il mio primo paio di All Star. Va bene, niente di eccezionale, migliaia di persone ogni giorno fanno la stessa cosa e non ci ricamano intorno. Manco mi fossi comprata un paio di Manolo -  per quelle celebrerò, e alla grande.
E' una piccola celebrazione che mi fa ridere - dentro, mica fuori - perché la mia è sempre stata la casa delle "specie di".
Una specie di All Star, che non sono All Star ma che ci somigliano. Una specie di arrosto, una specie di torta margherita ma con lo yogurth al posto del burro.
E lo dico con un grande grande grande affetto nei confronti di quella donna buffa che è la mia mamma che ci ha allevati con degli ottimi surrogati di vita.
Polaroid di quel periodo: sono appena finiti gli anni '80, di paninari non se ne vedono più molti in giro, fortunatamente solo qualche inossidabile sbadato che non s'è accorto che il bomber, le timberland e il burghi hanno lasciato il passo ad altre mode.
Noi, io e il mio fratellone, viviamo in questa provincia borderline, borderline perché sta, appunto, sul confine tra Piemonte e Lombardia e un po' fatica a capire se fare capo alla tradizione della bagna càuda o della cassoeula, provincia perché è provincia, punto, nessuna speranza cosmopolita.
Quello che puoi fare in questo posto è cercare di vivere al meglio delle possibilità che ti offre la cittadina, come le vasche in centro il sabato pomeriggio quale massima espressione di vita sociale, momento che necessita di una divisa formale, come i jeans firmati o le scarpe firmate, mentre, dall'altra parte della barricata, a rappresentare lo zoccolo duro del matusa ottuso contro noi giovani nostra madre, che non vedeva nessuna differenza tra un paio di All Star e un paio di Podio. E ci comprava le Podio, naturalmente.




sabato 1 maggio 2010

Hand in my pocket

Dettagli di questo periodo in ordine casuale.

- sono finalmente andata a trovare la mia amicicia Chiarina.
Chiarina abita su per i monti attorno a Lecco, non ci vediamo da un po', aver smesso di lavorare insieme, di combattere spalla a spalla contro le forze del male del visitatore di mostre milanese ci ha distolte dagli importanti discorsi sull'olio di jojoba e sui weekend depurativi d'urto.
La mia gita in montagna si è risolta sulla poltrona della camera da letto guardando quasi tutta la prima serie di Ally McBeal e mangiando una quantità a dir poco imbarazzante di fragole;

- tralasciamo che è il Primo Maggio e io lavoro, anche se lavoro sapendo di essere in facebookkiana compagnia dei miei colleghi sparsi per i vari spazi espositivi, ho ricevuto finalmente il contratto firmato dal mio boss che dichiara di darmi lavoro per un anno. Un anno. Intero. Dodici mesi. Dodici mesi in cui non posso più dichiararmi precaria. Diciamo precarietta. Stasera brindo a questo anno intero guadagnato interamente con le mie mani bisognose di un'estetista e con questa testa bisognosa di un parrucchiere;

- mi sono fugacemente innamorata di un commesso pavese, che ho trovato a sistemare la sezione teatro di una libreria proprio quando io dovevo acquistare una copia di "Sogno d'una notte di mezza estate" di quello che ad ogni pagina diventa il mio drammaturgo preferito.
Molto carino, molto gentile e molto paziente con me che cercavo l'edizione "il più economica possibile" (lui ride) e poi la lasciavo cadere perché attrezzata solo di arti in pasta frolla;

- continuo a vivere nel disordine estremo, nel bunjee-jumping del caos, nel free-climbing della disorganizzazione casalinga a causa di brevissime visite al focolare domestico che però ho provveduto a rifornire di radio nuova, bollitore nuovo, pentole nuove, cappa nuova, mobili e pensili e tavoli nuovi - ancora impacchettati, quasi;

- ho ripreso le lezioni in Università e mi sono resa conto che nessun corso ti preparerà mai ad affrontare la realtà spigolosa della vita, che molte sono teorizzazioni meravigliose assolutamente volatili e prive di ogni pratica utilità, di cui ci si impadronisce per un vago senso di masochismo proprio dell'essere umano in quanto tale. E ho anche deciso che i ventenni sono completamente e insindacabilmente rincoglioniti dal bombardamento mediatico.


lunedì 5 aprile 2010

Dust in the wind

E' tutto il pomeriggio che tento di scrivere qualcosa di interessante, ma mi viene male. E' che sono al lavoro, gli occhi mi bruciano perché passo troppo tempo davanti a questo pc, ho bisogno di un caffé ma non ho nessuna voglia di lamentarmi.
Vorrei condividere qualcosa di positivo, su questo blog.
Il libro che sto leggendo, per esempio.
Per questo libro, innanzi tutto, devo ringraziare Giulia che me l'ha consigliato perché è stata una specie di rivelazione. Non che mi dicesse cose che non sapessi già, ma è una sorta di spinta spirituale di cui avevo bisogno.
E' un libro che parla di meditazione, di zen, di buddhismo e di surf. 
Il sottotitolo è "La ricerca di un surfista per trovare lo Zen nel mare", o qualcosa del genere.
Sì, proprio il genere di discorso fricchettone (o freakkettone?!) che avrebbe fatto lui, Bodhi, l'uomo che rapinava le banche per poter passare il tempo a ricercare l'onda perfetta, in "Point Break".
Il libro, sostanzialmente, è una serie di aneddoti che raccontano il percorso che ha fatto l'autore per... non lo so. Non lo so perché non l'ho ancora finito.
Ma, come dice lui stesso, e come dirà ogni dannato fricchettone viaggiatore spiritualmente perso in meditazioni prodotto di periodi troppo lunghi lontani dalla civiltà conosciuta, l'importante è la strada, non la meta.
Ah, tra i dannati fricchettoni ecc. ecc. ci metto anche la sottoscritta. E ci metto anche il mio aneddoto personale, perché me lo ricordo il momento in cui l'ho capito. 
Ero su un pullman, tra Taupo e Wellington che ha iniziato ad inerpicarsi sulle montagne, le ha oltrepassate, è sceso a valle e mentre le guardavo allontanarsi è iniziato quello che io ho percepito come un deserto. 
Era il bush. 
Ora, non sono assolutamente certa che fosse proprio il bush, che fossero cespugli bassi in una distesa arida, perché la Nuova Zelanda arida proprio non la è, ma resta che per me quello era un deserto. 
E lì ha iniziato, come fosse la prima volta, a battermi il cuore: era questo che volevo, il deserto. Nelle mani, nello stomaco, tutto ciò che avevo bisogno era terra arida e cespugli bassi. Non aveva più tanta importanza essere diretta a Wellington, andare a visitare la capitale, poi prendere un traghetto, un pullman, un treno e continuare il viaggio. Ero già dove volevo essere.
Questo non ha fatto sì che mi catapultassi fuori da un pullman in corsa, ci sono andata, poi, a Wellington. Il punto è che finalmente quello che aveva importanza era la strada, l'emozione, la frenesia di scoprire qualcosa che non ti aspetti, non sapere che dopo le montagne, dopo i prati, dopo gli steccati e tutte quelle pecore, quello che ti aspetta è un deserto.

martedì 9 marzo 2010

Don't drag me down

Mi ricordo chiaramente che, dopo aver traslocato dalla Casa dei Mostri dove abitavo prima alla Micromansarda in cui abiterò fino alla fine di questo mese, ho preso mia madre e le ho detto chiaramente che per il prossimo trasloco avrei pagato qualcuno per farlo al posto mio.
La scorsa settimana, mentre stendevo la terza mano di verde acido sulle pareti della mia nuova-vecchia cucina, con la faccia costellata di macchiette di vernice, le ho ricordato l'episodio e lei, sorridente con una bella tazza di te in mano guardandomi lavorare, mi ha risposto: "Ma và, ci pensiamo noi, no?"
Certo certo. Intanto lei beve il te.
Sapevo che avrei dovuto pagare un estraneo, qualcuno che non sa assolutamente niente di me se non che ho bisogno di ottimizzare gli spazi e le scorte di oggetti.
Qualcuno che entri di soppiatto nel mio appartamento mentre sono altrove e prepari gli scatoloni di ciò che posso portarmi nella mia nuova-vecchia casa, e che butti per sempre quello che non ci sta, qualcuno che non abbia cuore e che non si lasci convincere a tenere la bomboniera di fiori secchi del matrimonio estivo del mio stepbrother (fratellastro è proprio una brutta parola), perché tanto quello sta in Inghilterra, non s'offende se la disintegro, qualcuno che non si lasci intenerire da una tazza frantumata, tenuta insieme dalla colla, inutilizzabile se non come ennesimo portapenne, qualcuno che sia più duro di me e che non si tenga anche la tshirt lisa e stralisa che ho comprato in seconda superiore solo perché ci è affezionato.
Qualcuno che non sia io, insomma.
Invece no, l'ottimizzatrice della forza lavoro beve te e mi guarda mentre trasbordo carichi infiniti di scatole contenenti niente di utile, ma tutto ciò che ha un vago valore sentimentale - tutta quell'oggettistica che "non si sa mai, potrebbe servire, un giorno" e che, nonostante io mi trasferisca ogni volta in spazi più piccoli, riappare in tutta la sua confusione e si va a sommare a quello che nel frattempo ho comprato perché non trovavo quello che stavo cercando, perso nei meandri del disordine.



mercoledì 17 febbraio 2010

Instant karma

Questa mattina, schiacciata sul mio sedile in metropolitana, tra una signora che leggeva il giornale come fosse in poltrona e un tizio abbastanza giovane che deve aver abbandonato da tempo la barbara abitudine di soffiarsi il naso, riflettevo sul fatto che la mia collega Fra pensi che io sia più zen del solito.
Ho notato che la signora stava sconfinando prepotentemente in quello che era il mio mezzo metro d'aria ma non le ho inserito un gomito tra le costole. E neanche mi sono girata a regalare un fazzoletto al giovane smoccolone.
Neanche l'ho pensato.
Pochi minuti fa un signore mi ha costretto a spiegargli dove trovare un libro, dove trovare la stazione di Cadorna, dove trovare la Triennale dieci volte, perché non mi ascoltava. E non mi sono arrabbiata.
Non è da me, davvero.
Sarà che sto invecchiando, ma non ho più voglia di arrabbiarmi per qualche invasione del mio spazio vitale, non ne vale la pena.
Meglio incanalare le reazioni innervosite nel meraviglioso universo dell'ironia e farsi gioco del malcapitato cafone.
Bookshop moderatamente pieno, io sono in cassa con una collega. Una signora paga il catalogo e il manichino a fianco a lei stizzito chiede dove sia la coda che non si capisce.
Io: "Mi scusi, presumevo riusciste a formare una coda da soli..." Ti insegnano all'asilo a fare la fila.
Manichino: "Presumeva male"
Eh, già, e io che pensavo che il pollice opponibile li rendesse abbastanza autonomi per cavarsela da soli.

mercoledì 27 gennaio 2010

Porcelain

Visiting London is like meeting an old friend during a metal festival: you feel immediatly confortable, not worried to wear the right façade, even if you're screaming loud a ballad.
That's why I went there - to feel confotable in places I know and I love, like Covent Garden, and all the expensive small shops in there. To buy tea and used clothes. To have a bagel in a small cafe. To drink a too hot cofee in a large paper cup.
I went to some crowded and noisy museums and galleries on Sunday, to have a look around, to do something tourist.
I also went to a surreal closed Camden Market, empty and silent in a Monday morning to see if it's charming as usual. It was.
I walked in the rain, I had a sushi lunch and I felt like at home. Never out of place, fitting perfectly in the right mood in the right place.
Then I catched a train, then a plane, another train and I was back in this grey reality.
Maybe now I know better what I want.
Not that I needed a check.