sabato 10 marzo 2012

It's been awhile

In questi giorni ho compiuto gli anni, tralascio il quantitativo per non doverci pensare troppo.
Non ho fatto feste o cene o altro, perché mi conosco, è un guaio che ho passato già un sacco di volte: organizzo la mia festa di compleanno, preparo da mangiare, faccio la torta, invito gli amici, sorrido, scherzo, brindo.. E provo l'irrefrenabile desiderio di prendere la porta e andare da un'altra parte.
Davvero.
Lasciare tutti a godersi la festa mentre io me ne vado su un tetto con una fetta di torta e una sigaretta a godermi la pace e il silenzio.
Non è una segona mentale sull'età, sugli anni che passano, sulle rughe o l'invecchiare, eh.
Le mie feste mi annoiano, tutto qui: mi piace organizzarle ma non partecipare.
Quindi, comunque sia, data anche la scarsità di possibili invitati, quest'anno è passato un po' in sordina, fatta eccezione per la torta che ci siamo sbranati una sera.
Quello che mi fa riflettere dei compleanni sono sempre i regali, trovo che siano una cartina tornasole della nostra presenza nel mondo, sono il segnale di come gli altri ci vedono.
Quest'anno ho ricevuto delle tazzine da caffé molto belle e colorate con un sacco di caffé, cioccolatini, una bottiglia di vino e altri cioccolatini.
Adorabili.
Mi fanno pensare che la gente mi possa vedere bisognosa di affetto e coccole. 
Oppure come una che sa godersi la vita e propensa ai piaceri del palato.
Tutta questa riflessione nasce e si arrotola attorno ad un compleanno di un milione di anni fa, in cui i miei amici mi regalarono due libri che conservo ancora, da qualche parte: “Sola come un gambo di sedano” e “Compagno di sbronze”.
Capite bene che sono titoli che ti fanno riflettere, quando li ricevi.



giovedì 1 marzo 2012

God Save The Queen

“Ciao, come va?”
“Mah, tutto bene.. solito. Tu?”
“Ma come solito? Tu che sei lì.. chissà cosa ti capita!”
E cosa mi deve capitare, gente bella? In quale turbillon di meravigliose avventure figurate io incappi nelle vostre testoline fantasiose? Va così, vivi all'estero e si pensa che tu non abbia un quotidiano, che non sia possibile che ti annoi.
“Beh, ma dai! Raccontami qualcosa! Com'è il tempo lì? Piove sempre, eh?”
Mannaggia alle leggende metropolitane: no, non è così piovoso qui. Piove con moderatezza. Certo, ti sposti verso nord e ti crescono le branchie, ma a queste latitudini il fenomeno è fortunatamente contenuto.
“Ah, e allora.. il cibo? Come si mangia lì? Male, vero?”
Leggenda in parte falsa. Non si mangia male, si mangiano cose diverse. Non esiste il “primo”, seppure abbiano scippato la pasta a piene mani dalla nostra pummarola, annegandola tra le polpette, ed è talmente pieno di ristoranti di diverse provenienze che basta scegliere. Certo, il “parzialmente falsa” sta nei ristoranti italiani: se ci si aspetta il menù dell'agriturismo della valle, cucinato ad arte e con prodotti tipici, sarebbe il caso di restare in valle.
I sapori vengono adattati al gusto indigeno, ma, d'altra parte, anche il signor ristoratore deve campare, e se per campare deve mettere i funghi nella carbonara, lo fa sorridendo.
L'ideale sarebbe smettere di fare gli Italiani viziati che si aspettano la cucina di mammà e provare ad assaggiare il fish and chips, le salsicce con purè e le torte salate (che io adoro) con un po' di spirito di avventura.
“Ah, ma lì la gente com'è? Precisi, vero?”
Altro mito: qui la gente è cortese ma non è così precisa o puntigliosa.
Sono rispettosi delle regole, alle volte sembrano quasi spaventati all'idea di non farlo, manco li rincorresse un drago se chiudono un occhio.. ma sulla precisione.. hmm.. danno l'idea di voler apparire in ordine da una certa distanza, ma se ti avvicini ti rendi conto che in realtà non è così pulito o in ordine, che le cose sono fatte un po' ad minchiam, come dicevano i Romani.
E sì, bevono caffé annacquato. E sì, i dolci sono buonissimi, anche se strapieni di burro. E no, non si ferma tutto alle cinque perché bisogna prendere il te.


mercoledì 25 gennaio 2012

You learn

Non ho ancora un punto di vista obiettivo quando si tratta dell'Italia, di tanto in tanto mi manca, ma infondo sono solo tre mesi che sono qui, neanche il mio beauty-case si è disfatto del ricordo del BelPaese e porta in giro creme e saponi italici.
Di casa mi mancano le cose laterali: la mia cucina, uscire per un caffè con un'amica, incazzarmi con il telegiornale - non ha la stessa forza incazzarsi con internet.
Quel che mi è parso di capire è che qui hanno un'idea un po' distorta degli Italiani: ancora ieri mi è stato chiesto se è vero che in Italia amiamo i bambini e per questo ne facciamo tanti.
Oppure se siamo molto religiosi, o se le donne cucinano tanto e bene.
Un baule di cliché duri a morire di lei, probabilmente ereditati dal boom economico degli anni sessanta e rimasto fotografato nell'immaginario di una generazione fa, perché quella attuale, i ragazzini, per capirci, adolescenti e post-adolescenti, non sanno molto. Anzi, a quanto m'è parso di capire non sanno niente.
Lo dico perché lavoro con un ventaglio di ventenni che appaiono sempre un po' dubbiosi quando la conversazione esce dal triangolo shopping - fast food - soap opera.
Sarà che, come si diceva al telefono questo pomeriggio con la mia amica Fra, sembrano tutti più giovani di noi da un po' di tempo a questa parte.

Comunque sia ho trovato un passatempo degno della mia asocialità: andare in biblioteca.
Ci passo le ore.
Sarà che ho un portatile e la wifi è illimitata, ma da quando ho fatto la tessera la mia vita è cambiata. Non devo passare tutto il mio tempo in quella stanzetta che ho affittato nella brughiera di Cambridge, circondata dal cattivo umore di papà Gigantor, posso ascoltare la musica (con le cuffie) e mi sento parte di questa cittadina universitaria.
Tutto sta a trovare un nuovo lavoro, così cambio casa abbandono i Gigantors alle loro lagne.

la vista dalla biblioteca

domenica 1 gennaio 2012

Panic (on the streets of London)

Primo gennaio, mezzanotte e rotti.
In sottofondo, un sacco di petardi che scoppiano.
Ho guardato un paio di film in quest'ultimo dell'anno, non sono uscita, non sono andata a nessuna festa, non ho proprio messo il naso fuori di casa.
E' che sono un po' prevenuta, preferisco aspettare e magari festeggiare il capodanno cinese, a febbraio, quando magari mi sarò fatta un'idea di come sarà quest'anno nuovo che inizia, un'idea di come gireranno le cose..
Festeggiare ora mi pare prematuro, ecco.
Come ogni anno ho cercato di evitare l'elenco dei buoni propositi, non voglio dare al mio censore interno, alla beghina che mi abita dentro buoni motivi per biasimarmi, quando, a metà giugno, il mio elenco sarà intonso e non ci sarà nessun proposito realizzato. Preferisco cogliere la vecchia di sorpresa e spernacchiarla ogni volta che raggiungerò un obiettivo che non sa che mi sono posta, senza permetterle di farmi esondare frustrazione.
L'unica cosa che mi riprometto in questo mio trentaduesimo è di prenderla bassa, di non farmi cogliere dall'ansia da prestazione e di entrare nelle cose con un atteggiamento morbido, rilassato, tanto il risultato non cambia.
Ma non è un buon proposito per l'anno nuovo, è un buon proposito per il resto della mia vita, la beghina non potrà batter cassa tra dodici mesi (ti ho fregato, antica meretrice!).
Posso però esprimere desideri:
  • vorrei cambiare lavoro: è carino fare la commessa in un negozio di cartoline d'auguri.. ma magari un lavoro da adulto sarebbe più consono.. infondo..
  • vorrei cambiare casa: i pazzi sono divertenti, ma non quando ad ogni ora e con ogni clima lasciano tutte le finestre aperte;
  • vorrei trovare un uomo: che dire? Sono carne e sangue, mica segatura.. Lavorerò sulla lista delle condizioni sine qua non per renderla affrontabile.
Ok, anche la pace nel mondo, la risoluzione dei conflitti, il risanamento dell'economia italiana e la democrazia in Italia.. ma i miracoli non sono di mia competenza.



sabato 10 dicembre 2011

Candy perfume girl

 Allora, voglio rassicurare quelli che si chiedono come stia andando qui, nella perfida Albione: va tutto bene, serenamente, placidamente bene.
Placidamente perché questo è il paese dell'attesa: si aspetta l'autobus (in orario), si aspetta il proprio turno in una coda ordinata, si rimane sospesi all'attimo prima che la vita cominci, per cui ho pensato che sarebbe carino mettere a frutto questo tempo regalatomi da Sua Maestà per dare concretezza alle mie risorse.
Ancora non so bene come, ma quest'iniezione di ottimismo inaspettata non va sprecata così, senza cogliere l'attimo, senza approfittare del 3 x 2 al reparto soluzioni alternative che questo paese mi offre.
Per il resto.. beh, sì, casa mi manca, mi mancano le persone, mi mancano le mie comodità quotidiane, mi manca il mio gatto che a quanto mi dicono è lievitato come il panettone verso il 23 dicembre, ma no, non ci torno per Natale, sono appena arrivata, non voglio mica fare la felicità di Ryanair e l'infelicità del mio conto in banca tutto nuovo.
Vivo con gente buffa, ovviamente. Una ragazza francese che dopo sei anni sopravvissuta qui forse parte per Miami o per la Thailandia, una coppia di ragazzi di cui percepisco la presenza giusto ogni tanto, un'ingegnere elettronico indiana incapace di cucinare e la famiglia Gigantor.
La famiglia Gigantor è un terzetto, padre, madre e figlio, che mi ricorda tanto la favola dei tre orsi, solo che io non sono Riccioli d'oro e non rubo loro la minestra o dormo nei loro letti.
Li chiamo così perché sono giganti: non che dal mio metro e una carota il resto del mondo non sia già più alto, ma questi sono davvero enormi. Tutti e tre. E sono sempre molto circospetti.
La mamma è già più socevole, saluta quando entra e quando esce dalla cucina e ogni tanto facciamo due parole, il figlio mi chiama “madam” e vorrei tanto prenderlo a martellate quando lo fa, ma non posso, è gigante, anche se sembra terrorizzato dal mio avvicinarmi, e poi c'è lui, papà Gigantor, l'uomo con più opinioni della terra.
Lui odia stare in Gran Bretagna, ma non ho capito bene perché non può andarsene, per cui si lagna. E si lagna del vivere in comune. E si lagna del fatto che gli altri siano sporchi – non che lui sia l'emblema dell'igiene, eh. E si lagna che qui la gente è antipatica e maleducata. E si lagna che nessuno gli trova lavoro. E si lagna che fa freddo.
Quando non si lagna, esamina quello che fai: il primo giorno in cui ho portato fuori la mia spazzatura, ha controllato che facessi la differenziata correttamente.
E' lo stesso genio che non capisce perché io faccia il brodo nel pentolino e non a microonde. O perché io mi ostini a cuicinare. O perché io mangi “solo” il salmone con il pane quandro potrei sfondarmi di salsicce fritte.
A parte questo, tutto bene.

venerdì 18 novembre 2011

Silent All These Years

Sono qui per raccontare una storia.
Una storia piccola, di molto tempo fa.
Una storia che non ho mai raccontato a nessuno fino ad ora.
Una storia che inizia, come tutte le mie storie di qualche interesse, con un viaggio.

1995 - Jerez de la Frontera, Spagna.
Non so come sia ora, ma io mi ricordo una città assolata, calda e chiassosa.
Mi ricordo le palme, alti palazzi grigi e un vicolo in cui dei ragazzi danesi ubriachi importunavano le passanti.
Mi ricordo la terra riarsa fuori dal centro città, dove tra le isole di costruzioni c'erano solo cespugli e le nostre facce sudate.
Mi ricordo le spedizioni a comprare il ghiaccio in sacchettoni e i botéllons nei parchi con la musica improvvisata e la voglia di vivere spagnola.

A Jerez c'era un centro commerciale Continente dove ho comprato due cose che ancora mi accompagnano.
Una copia di "Little Earthquakes" di Tori Amos in vinile e un quaderno di Snoopy.
Tornata a casa, credo di aver ascoltato immediatamente il disco, per poi dimenticarmene e riscoprirlo anni dopo, mentre ho messo via il quaderno. 
Ho deciso di lasciarlo così, intonso, perché, al contrario di quel che potrebbe sembrare, o, addirittura in perfetta coerenza con la mia immagine, ho un animo profondamente romantico.
A quindici anni ho comprato un quaderno che avrei usato con una persona speciale, con il mio "lui" speciale.
Già propensa alla fantasticheria interstellare, avevo quest'idea di trovare un ragazzo a breve, di innamorarmene, di essere amata, e di aver bisogno di uno spazio solo nostro per scambiarci parole esclusive, preziose, di necessitare di una testimonianza concreta dei nostri sguardi e dei nostri sogni.

2011 - BigCake, Provincia borderline, appena sotto il grande fiume, Italia

La casa tace e sono le tre del mattino.
Mi fumo l'ultima e vado a dormire, tanto quel che fatto è fatto.
La valigia è aperta ma ci metto un secondo a chiuderla domattina.
Non devo dimenticarmi i libri, non devo dimenticarmi i biglietti, la carta d'identità.
Domani è il primo giorno della mia nuova vita, non ci posso arrivare senza un pezzo.
Ho bisogno di qualcosa su cui scrivere. Che cosa avrò da scrivere ancora, poi, lo so solo io. Ho il portatile, in Gran Bretagna venderanno quaderni e penne, no? No, voglio qualcosa che sia mio.

Dorme sotto una trousse piena di smalti, Snoopy. E' ancora lì che aspetta di essere usato. In valigia, subito.

A volerla vedere, c'è una metafora in tutto questo.
Forse due. Magari tre. Quattro, infondo.

Questo quaderno sono io. Sono io che aspetto di vivere.
Oppure è la mia vita sentimentale intonsa.
Oppure è la prova che di uomini interessanti non ce ne sono.
Oppure, e io sono propensa a pensarla così, è solo un quaderno che è ora di usare, perché le parole sono importanti [cit.]

martedì 8 novembre 2011

Sogni risplendono

(ovvero l'aggiornamento che farei a mia madre se navigasse in rete)
Le giornate qui finiscono presto: inizi la giornata con una tazza di caffè, ti giri ed è sera in un attimo. Te lo fanno apposta.
Mi confonde un po' quest'arricciamento del tempo, "ci vediamo stasera" nella mia testa è verso le nove, ma qui si parla della birretta delle sei e mezza.
Sabato sera sono uscita, dopo il lavoro - perché ho già trovato un lavoro - ho fatto un sacco di cose e alla fine sono tornata alle dieci e mezza a casa - perché ho già anche una casa - mica tardi.
Ho un sacco di tempo per annoiarmi, eh.

Sono a Cambridge da due settimane ed è quasi come se avessi sempre vissuto qui.
Va bene, c'è della spocchia in quest'ultima affermazione, ma si sta davvero bene, e direi che ci posso anche restare, per ora.
Il lavoro che ho trovato non è male: la commessa in un negozio di cartoline d'auguri, quel genere di attività che credo funzioni solo qui, con tutti quei fiocchetti, e sbrilluccichi, e cagnolini, e gattini, e maialini.
Le colleghe sono gentili, il manager non rompe eccessivamente le scatole, e non c'è, obiettivamente, di che spezzarsi la schiena.
La casa, o meglio, la stanza che ho affittato è in una casa in condivisione: sette estranei che condividono lo stesso tetto e la stessa cucina, tre bagni e un giardinetto.
I miei sei coinquilini sono gente un po' strana.
Quasi non li ho mai visti.
L'unica cosa che hanno in comune buona parte di loro è che non cucinano. Mai.
Il microonde e la lavatrice sono gli unici elettrodomestici che funzionano a ciclo continuo.
Spero non li scambino mai.
Stasera uno di loro era meravigliato del mio fare il brodo nel pentolino, facendolo bollire invece che a microonde.
Il brodo?
Gioia, no, non vengo da Marte.

Per il resto.. mah, io sono serena.
Ma non serena da "iperyuppy sono in Inghilterra!", serena da "ok, faccio cose, vedo gente".
Manco avessi vissuto in un altro posto per trent'anni.

per farvi un po' invidia, diciamolo